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Il vuoto è un mago

Ogni cosa esiste grazie al vuoto che la circonda. (Antonio Porchia)

Cerco la parola vuoto sull’enciclopedia Treccani e gli approcci possibili da cui partire per indagarlo vanno dall’antropologia, alla filosofia, alla tecnica, ai trasporti. Uno più interessante dell’altro e molto precisi, definiti. Certo, sto leggendo un’enciclopedia. 

Sento quindi piuttosto il bisogno di suggestione, di domande aperte, di ampiezza in cui muovermi e stare durante la pausa estiva. Meno definizioni e più spunti.

Cos’è il vuoto? Chiedo agli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Il Mago. Inizio. Potenzialità.

Il Mago è la carta numero uno, il tutto in potenza da cui tutto ha origine. É l’inizio, o meglio, il breve momento prima che tutto abbia inizio. In questo preciso momento tutto è possibile. 

Sul tavolo de Il Mago ci sono elementi di ogni foggia, a volte identificabili e a volte no, e una borsa da cui possiamo immaginare che tutti questi oggetti siano stati tratti e che ancora ne contenga: una sorta di borsa di Mary Poppins, da cui tutto ciò di cui abbiamo bisogno può venire e talvolta anche qualcosa di inaspettato e sconosciuto di cui ancora non sappiamo cosa fare, ma che troverà posto e funzione dopo il vuoto, nel momento dell’azione.

Il tavolo su cui tutto giace a disposizione de Il Mago ha tre gambe. Non starebbe in piedi senza la quarta. Quindi sappiamo che una quarta gamba c’è, ma non vediamo dove appoggi, quale sia lo scenario, il contesto. Possibilità. Possibilità nella scelta degli attrezzi, degli elementi; possibilità che dalla borsa ancora altro possa venir fuori; possibilità che la quarta gamba appoggi in un ambiente completamente inaspettato; possibilità di mettersi in azione subito o di restare in pausa ancora un poco; possibilità di non scegliere nulla di ciò che sta sul tavolo e di girarsi dall’altra parte e partire alla ricerca di altro. Tanto per dirne alcune, di possiblità.

Il vuoto, dunque, non è certo il tempo dell’azione. É il tempo di sostare. So-stare. Dove il prefisso so-, con funzione attenuativa di stare, mette l’accento su uno stare temporaneo, così come il vuoto è temporaneo e sempre delimitato, in contatto con la materia, con l’azione, in dialettica costante con quel che sta e potrebbe da un momento all’altro mettersi ad agire.

Il Mago, dicevamo.

Molto rilievo è dato nella rappresentazione di questo Arcano alla testa sovrastata da una chioma gialla che simboleggia una mente luminosa e attiva e da un cappello azzurro, il colore dello spirituale, ampio e a forma del simbolo dell’infinito. Il vuoto contiene l’infinito, il potenziale. Il Mago però poggia i piedi ben saldi a terra. É dunque una mente che cerca il suo spazio nel mondo. Ma la ricerca non è ancora iniziata, è il momento subito prima della ricerca. Il dado non è tratto.

É il tempo immediatamente precedente l’inizio. Tutto è a disposizione, gli arnesi, la borsa, il tavolo da lavoro, l’intelligenza, ma sta. Potrà essere scelto cosa e come usare, cosa e come agire, dopo. Dopo il vuoto, che non è indeterminatezza, quanto piuttosto è il gesto e la scelta in nuce.  Il Mago, il vuoto, è il qui e ora, l’eternità e l’infinito in quell’istante prima di prendere forma e diventare passato. L’ultima lettera di una parola, che sto per battere sulla tastiera del computer per darle significato. É la libertà dai “residui del passato e dai timori del futuro”. È il momento e lo spazio dell’unità con il tutto: niente è ancora agito, avvenuto. E in potenza tutto può essere e divenire. Liberi dalla programmazione, dalla pianificazione, tutto il potenziale è intatto.

Assaporiamo il vuoto, la potenza e la moltitudine che stanno nel potenziale. Da qui, da questa pausa, ripartiremo a settembre più consapevoli del gesto da agire, degli arnesi da usare, di quale pieno scegliere.

Pubblicato su MacGuffin n°16 | Il Vuoto, 23 Luglio 2021.

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Mare, Luna e Libertà

“Quale mare? Quale libertà?” ho chiesto agli Arcani Maggiori dei Tarocchi. La Luna. 

“Ho dovuto riconoscere che per esistere dovevo andare là dove non c’ero” dice La Luna.

Con l’espressione “libertà di essere se stessi” si intende solitamente quella possibilità di esprimersi, fare, realizzarsi così difficile da mettere in campo, tanto per il contesto, quanto per la difficoltà, spesso e volentieri, di avere le reali, autentiche risposte a domande che stanno a monte: cosa voglio esprimere, fare, non fare? Cosa mi appaga e cosa mi frustra nella mia quotidianità? Cosa gioverebbe al mio umore, al mio amore, alla mia libertà?

Ma pensiamo anche alla possibilità di interpretare quell’”essere se stessi” in altra accezione, diversa dall’esprimere e dal mettere in campo e piuttosto intimamente collegata allo stare e al togliere dal campo. Essere il proprio corpo, il proprio mondo profondo e inespresso, perché ancora sconosciuto a noi stessi. Forse solo intuito e sognato e immaginato. Tuffarsi in questo mare, così profondo e misterioso, e lasciarci trasportare dalle sue onde, incontrare le creature che lo abitano – tanto le amiche quanto quelle pericolose -, farlo di notte, illuminati solo dalla luna.

La Luna è collegata ai ritmi biologici, all’acqua, alle maree, al passaggio dalla vita alla morte. E’ un suggerimento a intendere il periodo estivo come passaggio dalla vita frenetica alla vita ricettiva, insomma dal “non so cosa fare prima” all’ozio attivo di quelle vacanze di quando avevamo cinque anni.  Magari! Beata te! Penserete voi. Ma qui siamo nell’ambito dell’aspirazione, del desiderio, dell’immaginazione e tutto è possibile. Poi possiamo scegliere di tenere con noi solo un’onda di tutto questo mare di possibilità e di cavalcarla durante la pausa estiva.

La Luna, dicevamo. 

La Luna è di profilo, parte del suo volto è nascosto e rimanda a tutto ciò che è segreto, clandestino, spesso immobile in una dimensione interiore che fatichiamo a lasciare emergere, una dimensione ampia in continuo ondeggiamento. Una dimensione marittima, dove fermarsi ad ascoltare il suono della propria risacca. 

Mare nostrum.

Eccolo lì. L’acqua in basso nella carta è marina. Increspata dalle onde e profonda, ospita un’aragosta. È al tempo stesso scenario naturale (le rocce e la vegetazione che vi cresce sul bordo basso della carta) e porto sicuro (gli argini, quasi bordi di una piscina), dove il nostro ozio, la nostra attività animale fatta di istinti e di sentire trovano rifugio. Entrare in contatto con l’aragosta, significa scendere negli abissi dell’inconscio che ci si offre in questo ampio mare, in questo tempo per noi. Vuoi per entrare in contatto con le nostre intuizioni più profonde e farle emergere nelle relazioni con gli altri, vuoi per restare laggiù, in contatto con la nostra solitudine. Vale tutto. Si chiama tempo per se stessi. Nutrimento.

Senza una pausa di libertà in cui respirare per ciò che siamo e non per ciò che dobbiamo essere, non sarebbe poi possibile rimettere in circolazione le nostre energie per fare la nostra parte verso noi stessi, verso chi sta con noi, verso la posizione che occupiamo nel mondo: dalla terra sorgono gocce azzurre che risalgono verso La Luna e lo scambio energetico, la circolazione dell’energia, saranno nuovamente possibili al rientro dalle vacanze. 

La Luna può essere presagio di una realizzazione profonda. E da cosa può derivare la più profonda delle realizzazioni se non dal ristabilire contatto tra le nostre parti fondamentali?

L’infinita potenzialità ricettiva de La Luna resta la sua maggior ricchezza. Ci ricorda che dobbiamo restare liberi, così autenticamente liberi da poter accettare di ricevere, prima di mettere e rimettere in circolazione. Ricevere riposo, abbracci, sole, un momento spensierato, la lacrima di un amico, l’emergere di un desiderio, un crepuscolo malinconico, la partita Italia-Spagna vinta ai rigori. 

Che il contrario di libero è cattivo, ce lo raccontò Jacopo Boschini in un monografico dedicato alla Libertà facendo riferimento all’etimologia latina del libertus, lo schiavo affrancato, l’uomo libero, e del captivus, il prigioniero, colui che vive in cattività. Allora usiamo questa pausa estiva per uscire dalla cattività, tornare liberi di ricevere e, nel riposo, lasciare che tutto il nostro essere emerga dalle sue stesse acque: “Chi riceve la mia luce sa quello che è, niente di più. (…) Al mio chiarore, l’angelo è angelo, la belva è belva, il pazzo è pazzo, il santo è santo”.

Pubblicato su MacGuffin n°15 | Mare Nostro, 9 Luglio 2021.

Il matrimonio è un eremita.

“Pensava di sfuggire alla solitudine, invece sfuggiva a se stesso” (William Faulkner)

Numero dedicato al vincolo del matrimonio.  Per molti scansato lungo l’arco di tutta una vita; per altri così insostenibile da doversi allontanare, separare, per poi eventualmente ritrovarlo, anche se sotto forme diverse, in matrimoni successivi, o rapporti di convivenza che ne hanno tutte le caratteristiche; per altri ancora anelato giogo a cui tenere fede dal momento del “sì, lo voglio” all’eternità.

Cosa chiedere ai Tarocchi, se non in cosa consista questo tanto temuto, anelato, venerato, bistrattato vincolo?  Di che si tratta? De L’Eremita, dicono loro. Crisi, transito, saggezza.

Carta che suggerisce un cambiamento che va affrontato. Un cambiamento che ha spesso bisogno di una guida per essere affrontato. Che questa guida sia proprio il matrimonio? E allora in cosa consisterebbe questo cambiamento da così tanti desiderato e che chiede aiuto al matrimonio per essere intrapreso?

Bene, diciamo allora che L’Eremita è Il Matrimonio, dunque e mettiamoci alla ricerca del cambiamento che soggiace alla scelta di sposarsi. 

Iniziamo dal fatto che L’Eremita è la carta numero VIIII, primo numero dispari divisibile per un altro numero oltre che per se stesso. Questo ci dà una doppia informazione.  Da un lato significa che il numero, la carta, è ambivalente, cioè insieme attiva (numero dispari) e ricettiva (numero divisibile). E cosa c’è di più vero del fatto che, per funzionare, un matrimonio ha bisogno tanto di spirito di iniziativa quanto di capacità di accogliere, di ricevere, l’iniziativa dell’altro, da parte di ciascuno dei coniugi? L’iniziativa, tanto per dirne una, ma la ricettività che abbiamo bisogno di mettere in campo nel rapporto di coppia è quotidiana, riguarda molti aspetti dello stare in relazione, così come riguarda non solo l’altro e i suoi limiti, ma pure noi stessi e tutti quei nostri limiti che si rivelano per la prima volta, inaspettatamente, proprio nel rapporto con il compagno di vita. Dall’altro lato, la divisibilità di un numero attivo, ben rappresenta il matrimonio come processo, come divenire, come qualcosa che non trova mai una forma definita e definitiva, come continuo divenire di due che continuamente e senza un ritmo dato evolvono (e involvono!) insieme e separatamente.

Allontanandosi dall’Arcano numero VIII, La Giustizia, che lo precede, L’Eremita si allontana da uno stato di perfezione insuperabile. Se indugiasse in questa perfezione, potrebbe progressivamente irrigidirsi in una condizione di indipendenza tale e tanto perfetta da arrivare all’avarizia delle emozioni, al distacco dall’altro, alla morte. Per non cadere in questo tranello, L’Eremita supera uno stato di sicurezza che conosce bene, per entrare in una dimensione di vita, di percorso (è in cammino) del tutto nuova. Dalla crisi nasce la volontà di mettersi in transito. 

Possiamo quindi dire che il matrimonio ci conduce lontani da quella perfezione che abbiamo raggiunto nella nostra individualità, con le nostre abitudini, sicurezze, indipendenti dal confronto con l’altro, o per lo meno, mantenendo una certa distanza. 

L’Eremita dà le spalle al futuro. Si allontana da La Giustizia, infatti, camminando a ritroso verso ciò che non vede, dando le spalle all’ignoto. È questa un’esortazione a camminare senza una direzione nota, rischiando di mettere il piede in fallo ad ogni passo? Non proprio. La nostra guida regge una lanterna sempre accesa, anch’essa, come il suo sguardo, rivolta alla strada che lascia dietro di sé e non a quella che l’attende cammin facendo. In questo modo, assegna alla lanterna la funzione di illuminare, di tenere sempre in chiaro, sempre visibile e costantemente all’attenzione la strada per chi segue, per gli sposi. É una luce che ci suggerisce di mantenerci sempre vigili, coscienti, consapevoli, delle curve, delle buche, dei pendii: “Sì viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure, gentilmente senza strappi al motore” cantava qualcuno.

Cos’altro osservo? Le vesti dell’Eremita sono molte e stratificate, come l’esperienza di cui le due persone vestono il matrimonio, portando ognuno il proprio presente, la propria persona, come risultato della sua storia fino a quel momento. E la schiena de L’Eremita si curva sotto la memoria delle esperienze degli sposi: bagaglio pesante e allo stesso tempo ricchezza che nutre il rapporto. Quale dei due lati della medaglia di questo passato peserà di più nel rapporto lo decidono gli sposi stessi, con la propria capacità o incapacità di mettersi in gioco, in un gioco dove si avanza e indietreggia in due, non in un solitario alle carte.  L’esperienza, infatti, è bivalente e l’uso che se ne può fare all’interno di una coppia dipende dall’apertura con cui si guarda all’altro e a se stesso, ricordandosi che i limiti che vediamo nell’altro, risiedono in noi in modo altrettanto presente, seppur in forme diverse. Nelle due piccole lune arancioni tra le pieghe delle vesti (una dietro la nuca e l’altra nel risvolto del mantello) L’Eremita / Matrimonio porta con sé una capacità ricettiva che può essere colta, sviluppata, accresciuta dalla coppia.

L’Eremita / Matrimonio attraverso la capacità di metterci in discussione come individui, in un rapporto privilegiato con l’altro, ci guida verso nuove capacità e competenze: accoglienza, accettazione, attenzione, generosità, autenticità, vulnerabilità.

Ma è quindi proprio quello di “prigione”, dunque, il significato di questo vincolo? Certamente, si, se la prigione ce la eravamo già costruiti da soli. Una prigione fatta di rigidità, incapacità di accogliere la prospettiva altrui, di negoziare, di camminare da soli si, ma in un percorso condiviso, con tappe comuni e verso una destinazione che nessuno dei due conosce.  Il matrimonio come vincolo, dunque, rappresenta la prigione solo nell’incapacità di porsi e stare nella domanda, nella condivisione, nella verità di stessi, in favore della certezza, del “prima di tutti io”, della maschera.  Come occasione di sviluppare le proprie competenze relazionali e di superare i nostri limiti, il matrimonio può dirci e può portarci ad essere ciò che L’Eremita dice di sé nel libro di Jodorowsky e Costa:  “Piano piano mi sono liberato da ogni vincolo.” (…) “Come una coppa offro il mio vuoto perché venga colmato.”

In questo senso, L’Eremita, Arcano VIIII, ci conduce all’Arcano X, La Ruota di Fortuna: la fine di un ciclo e la forza che mette in moto il ciclo di vita successivo.

Pubblicato su MacGuffin n°13 | Il vincolo del matrimonio, 11 Giugno 2021.

La Relazione nel Counseling

Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così. (Italo Calvino, Il barone rampante)

Quando sono andata in libreria, prendendo in mano il libro della Danon per la prima volta,  la prima parola che ho letto – e che è la prima parola del sottotitolo – è stata relazione. La mia attenzione è rimasta lì per tutto il tragitto dalla libreria a casa. Eppure l’immaginazione non mi manca. E siccome le prime vibrazioni hanno continuato a risuonare in diversi passaggi del libro, diventando anche le seconde e le terze, è da qui, dalla relazione, che le mie riflessioni prendono le mosse e si concentrano.

Il primo significato della parola relazione presentato sul sito web dei Dizionari Garzanti Linguistica – “il modo d’essere di una cosa rispetto a un’altra” – ha una sfumatura che me lo rende attraente più di ogni altro tra quelli trovati. E’ quel rispetto a un’altra la sfumatura che risuona. Perché in ciascuno di noi ci sono modi di essere anche molto diversi, a seconda della persona – delle persone -, dell’ambiente, degli oggetti, del contesto con cui ci troviamo in un dato momento.

Attingo ancora alla linguistica e all’etimologia della parola relazione, da ricollegarsi al latino relatio,  relatus, participio passato di referre: riferire, riportare, stabilire un legame, un rapporto.

Se “stabilire un legame, un rapporto” è direttamente riconducibile al tipo di relazione a cui si riferisce il counseling, anche le parole “riferire” e “riportare”, tra le pieghe delle loro possibili interpretazioni, mi suggeriscono qualcosa rispetto ad aspetti fondamentali della relazione nel counseling: mi parlano di tutte quelle informazioni portate – dal cliente tanto quanto dal counselor – nel verbale, nel paraverbale, nel corporeo, nel setting e nel modo di occupare, vivere ed eventualmente manipolare lo spazio e gli strumenti presenti. Dal cliente tanto quanto dal counselor: se per sapersi è necessario interagire, come ci dice Calvino, facendo dell’altro uno specchio che riflette immagini completamente diverse, o maggiormente dettagliate, da quelle a cui eravamo abituati noi stessi, ogni nuovo percorso di relazione d’aiuto diventa anche per il counselor, e non solo per il cliente, un’occasione per conoscersi meglio, alimentando il suo percorso di crescita personale.

Lo disse benissimo, al di fuori dei confini del counseling, Giovanni Gastel alla giornalista che lo intervistava, quando affermò “Adesso sono con te e tu sei il centro del mondo. Tu e questo momento siete un’esperienza utile e irripetibile per me e per questo voglio essere e sono qui senza pensare ad altro, senza essere altrove.”

Se la relazione di counseling è vissuta dal counselor in prima persona come possibilità abilitante anche per se stesso, dunque, ciò che Rollo May indica con empatia, così come l’ascolto attivo come inteso da Carl Rogers, e ancora un rapporto in cui possa esprimersi quello che il filosofo Martin Buber chiama principio dialogico, riferendosi a una relazione umana di qualità, mi sembrano caratteristiche e processi che fanno del tutto parte dell’attitudine della persona ancor prima che del counselor professionista. Così come l’accento che la Danon pone sulla necessità per il counselor di presentarsi ed esserci come persona attenta, non giudicante, accogliente, aperta.

Mi pare, insomma, che la capacità e – ancora prima della capacità, che può essere sviluppata -, il desiderio e la curiosità dell’essere in relazione siano doti fondamentali che una persona deve avere per intraprendere la professione di counselor. Una persona che nella tensione di creare un nuovo spazio dove l’altro possa riuscire a vivere e a riconoscersi senza più l’angoscia di essere un se stesso di cui aver paura, desideri pure creare uno spazio perché entrambi facciano un’esperienza condivisa di quella che Andrea Fianco definirebbe immergenza.

Relazione sul testo Counseling. La relazione che promuove la crescita personale. Primo anno del Corso triennale di formazione in counseling professionale a indirizzo bioenergetico-gestaltico integrato di Collage Counseling.

Anche L’Imperatrice è madre

La normalità è essere nevrotico. Ne deriva che il primo dato certo è che siamo nati da un padre nevrotico e da una madre nevrotica. (Alessandra Callegari)

Prima di mettermi a scrivere qualche riflessione sulla figura genitoriale, ripeto il mantra di cui sopra almeno dieci volte per dieci giorni e mi armo di compassione. Di compassione e degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, ormai divenuti preziosissimo strumento di auto narrazione – non ringrazierò mai abbastanza Jacopo Boschini per la prontezza con cui me le ha proposte in questa chiave, accogliendo la mia predisposizione a ragionare e sentire per immagini più che per parole -.

L’Arcano associato alla figura materna è La Luna. Carta dell’archetipo femminile materno per eccellenza, pianeta satellite ricettivo della luce solare che rifrange per illuminare indirettamente, dolcemente. Luna crescente, simbolo del processo di gestazione e che ha il volto della saggezza matura.  

Quando per la prima volta ho pescato e girato La Luna, un silenzio tombale è calato nella stanza. Sono stata incapace di vederci qualunque cosa. Peggio, ho anche detto che no, che questa carta non mi piaceva, mi metteva a disagio in un certo qual modo. Con buona pace della maternità? Non potevo certo accettarlo. Ecco allora che ho fatto un tentativo, ho cercato una strada di auto proiezione rispetto alla mia maternità nell’associazione dei Tarocchi con l’Enneagramma e la psicologia.

L’Enneagramma dei tipi psicologici è una mappa che individua e descrive nove tipi di personalità – enneatipi – e i rapporti tra loro. Ogni enneatipo rappresenta la cristallizzazione e l’irrigidimento delle difese infantili nel processo di adattamento precoce con l’ambiente – cioè, guarda un po, con mamma e papà, principalmente -.  L’enneagramma consente di individuare le tendenze principali di carattere, visioni del mondo e attitudini, nonché le più probabili ipotesi evolutive, permettendo di accrescere le possibilità di auto comprensione e di trasformazione, sulla base dei propri punti di forza e aree di miglioramento. 

Mi sono dunque domandata quale enneatipo corrispondesse a La Luna secondo una delle teorie che hanno studiato le connessioni tra l’enneagramma e gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, quella presentata da Carla Maria De Bortoli. La risposta: nessuno. Nessuna donna, nessun uomo, può essere La Madre? Non mi sono lasciata scoraggiare e ho fatto appello alla carta che identifica nei Tarocchi il mio enneatipo, il Tre, identificato con L’Imperatrice. Qui, ne ero certa, ci sarebbe stato un qualche elemento da ricondurre al mio modo di essere genitore. La prima cosa circa L’Imperatrice che ci dicono Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa nella loro opera monumentale dedicata ai Tarocchi recita così: “è l’uovo che si schiude alla vita e lascia uscire il pulcino (…) rimanda all’energia dell’adolescenza con la sua forza vitale, la sua seduzione, la sua mancanza di esperienza.” Carta della forza creativa, si, ma come esplosione senza freni e senza indirizzo. Non esattamente La Madre che cercavo, o che mi sarebbe piaciuto essere. 

Ma ancora non mi sono arresa e, approfondendo le ricerche, ho trovato un’informazione molto interessante: nella numerologia dei Tarocchi, le carte degli Arcani Maggiori che sommate danno il numero XXI – il valore più alto dei Tarocchi e che significa quindi realizzazione – costituiscono insieme il cammino verso tale completezza dell’essere.  L’Imperatrice, Arcano III e La Luna, Arcano XVIII sono le due carte complementari, la cui somma dà XXI e che rappresentano dunque un cammino di pienezza. L’Imperatrice rappresenta quella fecondità in cui l’intuizione poetica de La Luna si può incarnare, ricevendo a sua volta l’azione fuor di misura de L’Imperatrice.

Finalmente ho concluso le mie ricerche soddisfatta. Ho trovato quello che senza saperlo stavo cercando. Non elementi identificabili di una possibile genitorialità, ma piuttosto il messaggio che ognuno, pur con le sue nevrosi, può aspirare a diventare un modello genitoriale, o anche di mentore, dato che questo numero parla tanto di genitori quanto di mentori.

Partendo dall’assunto che ognuno è nevrotico – sempre ripetere il mantra per non perdere di vista l’unico assunto di cui siamo certi – capiamo immediatamente che non è la capacità di rappresentare, di proiettare all’esterno un modello affidabile, costruttivo, educativo ciò a cui aspirare. Il paradigma si ribalta. Aspiriamo all’imperfezione. Alla consapevolezza dell’imperfezione, della nevrosi, degli automatismi che ci rendono passibili di intraprendere un cammino progressivo di autorealizzazione grazie al rapporto con il figlio, con l’allievo.  La genitorialità in questo senso diventa opportunità. L’archetipo cede il passo alla varietà. La carta vincente non è la capacità di incarnare – nel migliore, ma anche più rigido dei casi – o di rappresentare – nel peggiore, in cui inganniamo noi stessi – un modello all’altezza della situazione. L’asso nella manica è piuttosto la capacità di autostima delle proprie risorse e vulnerabilità. Mettendo in campo tanto le une quanto le altre, avendo rispetto delle nostre vulnerabilità, prodotto di una vita intera, e valorizzando le nostre risorse nella relazione con i nostri figli, relazione unica e imprevedibile, ridurremo il rischio di cadere preda di frustrazioni e mortificazioni di fronte a ostacoli e fallimenti. O almeno, pronti a cadere, sapremo farlo in modo da non farci troppo male e rialzarsi più velocemente.

Fuori da ogni proiezione culturale e da ogni stereotipo e dentro la consapevolezza  delle proprie nevrosi, dunque, risiedono la rinuncia a essere genitori adeguati e conformi e la possibilità di diventare genitori autentici.

Pubblicato su MacGuffin n°11 | Genitori e mentori, 14 Maggio 2021.

Hamburger versus arrosticino: la sindrome di Calimero.

Riunione di redazione. Ordine del giorno: temi delle uscite del MacGuffin fino a fine Luglio. Calendario alla mano, scopriamo che il 28 Maggio è la giornata mondiale dell’hamburger.

Non ho potuto che esclamare: “perché l’hamburger si e l’arrosticino no?!” Domanda da meritocratica oltre ogni logica e sentimento: il contesto familiare e culturale in cui sono cresciuta è profondamente radicato e ciò che ha preso forma in me come risposta all’ambiente è duro da trasformare, occorre tempo. Nella domanda, è infatti implicita l’indignazione a difesa di tutti quei cibi prelibati e che hanno una storia che niente ha da invidiare a quella dell’hamburger, ma che non hanno meritato una giornata di celebrazioni dedicata. Insomma, ho avuto un’uscita da vera e propria paladina delle cause perse. Se è vero, infatti, che molto accomuna i due cibi in questione – tanto l’hamburger quanto l’arrosticino nascono come cibo stanziale, in stretta relazione con esigenze e caratteristiche di luoghi di lavoro specifici, ad esempio – è altrettanto vero che avrei potuto porre la domanda in altri termini. 

E siamo a oggi. L’indignazione istintiva e automatica, oggi, lascia il posto a un interrogativo più interessante, un interrogativo realmente in ascolto: cos’ha fatto la differenza? Cosa ha permesso all’hamburger di raggiungere una diffusione amplissima a cui l’arrosticino può solo mirare, ma che è ben lungi dall’aver raggiunto? E dunque una domanda. O una domanda che ne contiene molte.

Una domanda diretta è quello che si pone ai Tarocchi. Una risposta indiretta è quello che si riceve in cambio. Se il tema di questo Macguffin è una domanda, se ne trae che la si pone direttamente ai Tarocchi, ricevendone una storia tutta da interpretare. Pongo una domanda secca, tiro una carta secca: La Forza.

La Forza è cosciente dalla testa ai piedi e apre la strada alle energie inconsce. Carta numero XI, apre la decade delle carte che rappresentano un’evoluzione verso lo spirituale, il contatto profondo con se stessi e con il tutto. Ne La Forza, il lavoro della coscienza – una donna bellissima, serena nell’impegno che mette nella relazione con l’animalità, forte del suo radicamento con la terra dove poggia solidamente un piede con sei dita – passa innanzitutto attraverso il rapporto con le forze istintive – il leone, belva carnale e intelligente, caratteristiche enfatizzate rispettivamente dal rosa e dal giallo della criniera -. La Forza lavora a mani nude, mettendocela tutta, con l’animalità. Non è un lavoro di opposizione, di forzatura. E infatti non ha armi che le permetterebbero di sopravvivere e lottare con il leone. É un lavoro di integrazione armoniosa. Tant’è che la linea del collo della donna potrebbe essere una collana che le orna la gola, luogo dell’espressione e della parola che non derivano soltanto dall’intelletto ma dalle profondità dell’essere: una parola in cui il Conscio e l’Inconscio sono in armonia.

Ed è proprio forse su questa integrazione che chi ha costruito il proprio business sull’hamburger – e di conseguenza la fama dell’hamburger stesso – ha fatto leva, tramite operazioni di comunicazione che toccano corde su entrambi i livelli. Messaggi che parlano alla parte consapevole, meglio, culturalmente radicata nel consumatore e messaggi che toccano l’inconscio, dove soggiacciono pattern culturali introiettati inconsapevolmente.

E guarda un po, per parlarci della complementarietà de La Forza con la carta che indica un possibile percorso di evoluzione verso la pienezza, La Ruota di Fortuna, Jodorowsky e Costa usano proprio la metafora del mondo commerciale. Si legge: “La Forza è un’energia in potenza che trova nella Ruota di Fortuna il terreno propizio per esprimersi. Un po’ come farebbe una fabbrica di stampo tradizionale che inventa un nuovo prodotto, per uscire da un momento di crisi.” Abbiamo accennato alla comunicazione. Ma, ancor prima, chi ha contribuito alla fama dell’hamburger ha lavorato in maniera funzionale e creativa sulla distribuzione, compattando le frattaglie, facendone un panino e cibo di strada per lavoratori, prima, e da fast food, poi. Creativamente, ha adeguato nel tempo i messaggi comunicativi – solo per accennare a uno degli aspetti, non siamo qui a fare business development – al sistema economico e sociale.

“Perché l’hamburger si e l’arrosticino no?” é diventata dunque per me la domanda che, posta ai Tarocchi come strumento di auto-narrazione ai fini di crescita personale, mi ha permesso di fare una duplice riflessione. Attorno a un mio automatismo: l’indignazione istintiva di fronte a circostanze  che hanno caratteristiche specifiche relative a presunti meriti non riconosciuti. Attorno a una mia ombra: quella sindrome di Calimero, che mi induce istintivamente a prendere le parti di tutti quei presunti Calimero che non vengono valorizzati nel sistema. Questa nuova consapevolezza ha creato le condizioni per porre una domanda fuor di retorica, domanda che mi ha consentito di osservare una risposta reale e di senso, facendomi compiere un passo evolutivo da paladina delle cause perse a potenziale developer di una causa di nicchia. A patto che all’arrosticino interessi la cultura di massa. 

Pubblicato su MacGuffin n°12 | Perché l’hambuerger si e l’arrosticino no?, 28 Maggio 2021.

l’impiccato non salta

“lasciatemi così. ho fatto tutto il giro e ho capito. il mondo si legge all’incontrario. tutto è chiaro”, afferma orlando, una volta recuperato il senno dopo essere stato legato a testa in giù, nella storia dell’orlando pazzo per amore, contenuta nel castello dei destini incrociati di italo calvino.

la prima volta che ho estratto dal mazzo dei tarocchi la carta de l’appeso (o l’impiccato) non ho avuto dubbi: l’ho capovolta immediatamente e voilà una persona che vorrebbe saltare. e lo vorrebbe con tanta volontà ed energia, nonostante le mani legate dietro la schiena, che i capelli sono già tutti in aria, nel tentato balzo. ma non può staccarsi da terra, perché qualcuno ha legato saldamente una corda al suo piede, ancorandolo al suolo.

il mio counselor usa con me le carte dei tarocchi, mettendo a frutto tutto il loro potenziale di strumento di autoproiezione e autonarrazione – ovvero, usa con me le immagini per indurmi scaltramente a portare alla luce e a verbalizzare parti della mia persona e della mia storia altrimenti oscure a me stessa –  e nemmeno lui ha avuto dubbi: mi ha sfilato la carta dalle mani e me l’ha restituita dopo averla riposizionata nel verso corretto. l’appeso è l’appeso, non uno che vorrebbe saltare e non può. 

in seguito, mi ha pure svelato quanto fastidio gli avesse procurato quel mio tentativo di capovolgere la carta/realtà, di modificarla nella direzione che più tornava a me e alla mia narrazione abituale – una narr-azione fatta di movimento, impegni, azioni per l’appunto – piuttosto che guardarla e accettarla così come si presentava. dicendomi del suo fastidio, mi ha dato un messaggio molto forte: avevo procurato fastidio a chi cercava l’autenticità; mi ero abituata a stare in una narrazione conosciuta e convenzionale, fino a cambiare letteralmente le carte in tavola, a dispetto di me stessa. 

e quindi siamo tornati, e torniamo, all’appeso: un personaggio in una posizione innaturale e, diciamocelo, scomoda. ma l’espressione del suo volto non dà segni di fastidio, come se in quella posizione lì, immobile, si trovi a proprio agio. e allora per chi è scomoda la posizione dell’appeso? per chi passa e lo guarda. 

me lo immagino, l’impiccato, nella piazza principale di una piccola città di provincia, frequentata da molti abituali passanti che non possono che rimanere colpiti da una persona comodamente ferma a testa in giù. aggiungiamoci pure che molti di loro lo conoscono e sanno che abitualmente cammina con i piedi ben saldi a terra, proprio come loro. 

e allora chi è l’appeso? é una persona che si è presa un’ora illegale. un tempo per essere al di fuori da tutto ciò che è riconoscibile, adeguato, lecito, normale, normato.

in una società che ti vuole produttore e consumatore in costante movimento – società nella quale per altro sei stato alle regole del gioco fino al giorno prima – cosa ci sarebbe di più scomodo, per chi ti guarda, di confrontarsi con un nuovo te, qualcuno serenamente immobile? la carta dell’appeso urla: “guardatemi, sono irriconoscibile, inadeguato, illecito, anormale, eppure mi sento così bene e a mio agio”. 

l’ora illegale è quindi quel tempo in cui ti permetti di stare in contatto con te stesso e di mostrarti, anche se questo significa contravvenire a convenzioni, aspettative, proiezioni: sei l’appeso; sei cenerentola che allo scoccare della mezzanotte resta al ballo perdendo collana, vestito, acconciatura e continuando a ballare mentre sorride al principe; sei mr. incredibile che si fa licenziare dalla compagnia di assicurazioni per cui lavora suo malgrado, indossa la tuta da supereroe quale è e combatte allo scoperto, senza  bisogno di mentire alla famiglia; sei il binaconiglio che cammina lentamente godendosi la strada, perché sa esattamente dove vuole andare, a fare cosa e perché. presto, che non è mai tardi per l’ora illegale.

pubblicato su MacGuffin n°7 | L’ora illegale, 19 marzo 2021.

errori di comunicazione

“il numero che uscirà in prossimità di san valentino non può che intitolarsi stendini d’amore”, dice jacopo, lapidario e col sorrisetto sotto i baffi. “ahahah!” giù tutta la redazione a ridere. tranne me e filippo, che nicchia. simona colma subito la mia lacuna e precisa che qualche anno fa, per natale, filippo regalò alla moglie uno stendino per i panni.

fulminea nella mia testa la scena: 25 dicembre, risveglio, lei che delicatamente prende il pacco da sotto l’albero emozionata e apre il biglietto, mentre lui la guarda teneramente. Un lungo biglietto d’amore che parla dell’importanza di sostenersi con quelle piccole cose in grado di cambiare l’umore delle nostre giornate. e lei si commuove e con la testa, mentre legge, fa cenno che si, che è proprio così. come pensarla diversamente? cosa desiderare di diverso da un partner che sa scovare quegli angoli nascosti, piccole nicchie di piacere quotidiano, e renderle il paradiso?

finisce di leggere. alza lo sguardo già umido. lo bacia. apre il pacco: lo stendino. lo bacia di nuovo, profondamente grata.

madre di tre (tre!) figli, passa diverse ore della sua vita a caricare il bucato nella lavatrice e poi a stendere i panni della famiglia. non perché lo debba fare lei, ma perché quello è uno dei suoi rituali zen – leggi uno di quei pretesti, posti, momenti in cui rifugiarsi lontana dalle continue, (stimolanti eh, ma comunque continue), sollecitazioni di figli e marito -. un posto dove stare con se stessa, mentre compie piccoli gesti precisi. gesti automatici, in silenzio, o mentre ascolta la sua musica preferita dalle auricolari del telefono. In quella casa, mentre stende i panni, non sembra esserci che lei. lei e il suo momento di presenza a se stessa. 

e chi poteva rendersi conto, attento, che quello stendino era diventato un po troppo piccolo per i panni di cinque persone, obbligandola a fare numeri da circo per ottimizzare lo spazio, e trasformando il suo rituale zen in uno dei tanti doveri routinari e stressanti della giornata? lui, che la ama e che glielo ha scritto con tanta tenerezza nel biglietto. e che, mentre lei legge il biglietto e apre il pacco, le si avvicina per poterla poi subito abbracciare. che regalone! che momento romantico!

ma allora perché la redazione ride e filippo nicchia?

ecco, da quanto mi è stato raccontato poi, la signora non l’ha presa benissimo. perché, mi domando io, lo stendino regalo d’amore è diventato lo stendino regalo della discordia? 

mi piace pensare che il regalo e le intenzioni a monte fossero poetici e colmi di attenzione. non ho però chiesto dettagli sul contenuto del biglietto e sul linguaggio non verbale di Filippo al momento dell’apertura. a questo punto non era più importante per me conoscere i dettagli, quanto essermi costruita un pretesto per rileggere alcuni miei quotidiani errori di comunicazione. “the medium is the message”, scrisse marshall mcluhan.

pubblicato su MacGuffin n°5 | Stendini d’amore, 19 Febbraio 2021.

riferimenti video

bibliografia di riferimento

chetti metti nel kittt? anticorpi per il 2021.

settembre 2021. disponibili per tutti vaccino anti covid-19 e un kit customizzabile di anticorpi. é un portapillole, con 3 posti per 3 pillole, ognuna contiene un anticorpo infallibile. le pillole tra cui poter scegliere sono centinaia. centinaia di fogge e colori diversi. puoi comporre il kit scegliendo 3 anticorpi, non uno di più. cosa scegliere? Se hai dubbi ecco cosa ho messo nel mio kit senza esitazioni.

1. pazienza cognitiva – pablo picasso chiacchiera con gli amici al bar, beve un caffè e disegna distrattamente sul tovagliolo di carta che accompagna la tazzina dell’espresso.  una signora seduta a un tavolino vicino lo nota; nota lo schizzo. trova il coraggio di avvicinarsi al maestro e chiedergli di poter comprare il disegno. picasso sorride, amabilmente, e immediatamente acconsente. acconsente, amabilmente, per una cifra altissima. “ma come?”, obietta la signora, “le ci è voluto solo qualche secondo”. picasso, amabilmente: “si sbaglia”, risponde “mi ci è voluta tutta la vita”. immersi come siamo in stimoli, contenuti, relazioni, il rischio è la ricerca immediata della conoscenza, della comprensione, l’impazienza di capire subito tutto e di afferrare in un momento, quasi come per illuminazione ricevuta, il senso di ciò di cui veniamo a conoscenza. dare tempo e respiro a quello che impariamo, trasformando i nostri pensieri veloci in pensieri lenti, è vitale: una conoscenza conscia è fatta di logica ma è solo quando la nostra competenza diventa inconscia, fa parte di noi, che cambiamo davvero. cambiamo noi, i nostri contenuti e cambiano la libertà e l’immediatezza con cui, allora si, li esprimiamo e li trasferiamo.

2. saper cadere – “se uno non può cadere, non può nemmeno alzarsi” scrive alexander lowen, medico psicanalista e padre della bioenergetica. lapalissiano. e infatti non indugio in commenti se non per dire che onde alzarsi ancora tutti interi, è necessario saper cadere, essere allenati. nelle arti marziali – ma anche in moltissimi sport di tutt’altro genere, come la pallavolo giusto per fare un esempio -, si impara a cadere e ci si allena per farlo sempre meglio. la stessa cosa vale per le cadute metaforiche della vita, capitomboli che possono portare conseguenze, ferite, anche molto profonde. pensiamo alla perdita di un lavoro, a un tradimento, a una separazione. in questi casi, per potersi alzare tutti interi, occorre essere preparati all’eventualità che cadere sia un episodio che può succedere, e che può succedere più volte nell’arco di una vita. se siamo pronti e aperti ad accogliere questa evenienza, privandola delle sovrastrutture che le abbiamo affibbiato e relative alla perdita della faccia – vergogna -, all’animale ferito – orgoglio -, e tutta la compagnia bella – bellissima! – che ci hanno inculcato, allora abbiamo più possibilità di rialzarci e cicatrizzare, senza correre il rischio di noiose – pericolose, gulp! – infezioni.

3. saper dire di no – “l‘inutile, anche se costa solo un centesimo, è costoso”, scrisse seneca. e quanto ci costerebbe l’inutile, se fossero quantificabili in centesimi il vuoto emotivo, l’aridità delle scelte fatte per mero tornaconto personale, l’anoressia verso il piacere e la creatività suscitati dal continuo rumore di sottofondo – eufemismo per chiasso insostenibile – provocato a sua volta dalle relazioni pubbliche prive di senso e dense di interesse privatistico, da tutte le informazioni non desiderate che intasano la casella di posta elettronica, e soprattutto da tutti quei giudizi non richiesti che fanno vacillare – nel migliore dei casi – la nostra capacità di autostima? senza quantificare con precisione, così a spanne, a tutto questo risponderei: no, grazie.

pubblicato su MacGuffin n°4 | L’invasione degli anticorpi, 5 Febbraio 2021.

riferimenti bibliografici: Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, 65. Alexander Lowen, Bioenergetica, 1975. Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio, 2020.

chiedere scusa al 2020

chiedi scusa al 2019 per aver detto di lui “che anno di merda” (world wide web)

questo meme l’abbiamo visto e rivisto circolare nel corso del 2020, dopo che a fine febbraio il COVID-19 ha fatto la sua comparsa con tutte le conseguenze che stiamo vivendo. il meme sottintende che il 2020 sia stato di gran lunga l’anno peggiore da tempo a questa parte. ma con tutti i film distopici di fantascienza che abbiamo visto, davvero pensiamo che l’anno appena concluso sia il peggiore e che il successivo non potrà che essere migliore? il 2021 potrebbe essere

  1. 2001 odissea nello spazio
  2. il pianeta delle scimmie 
  3. metropolis 
  4. blade runner 
  5. matrix 
  6. la guerra dei mondi 
  7. incontri ravvicinati del terzo tipo 
  8. alien
  9. l’invasione degli ultracorpi
  10. minority report

ecco una top 10 – a cui aggiungo Wall-E per gli amanti dell’animazione e per le famiglie con bimbi; meglio cominciare da piccoli con la roba buona – che dovrebbe convincerci non solo a chiedere scusa al 2020 per averne parlato tanto male, ma anche ad accogliere e a fronteggiare le sfide del 2021, abbandonando lamentele e frasi del tipo “è qualcosa più grande di me; non c’è molto che io possa farci”.

impariamo da questo 2020 appena concluso ad accogliere e a fronteggiare spunti e provocazioni per costruire un futuro che non ci faccia rimpiangere il futuro di una volta, ma che ci renda orgogliosi di dire negli anni a venire “questo futuro qui l’ho costruito anch’io”.