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cicatrice, memoria e cambiamento

la pelle è l’organo più esteso del corpo umano. ci protegge da danni, infezioni, disidratazione e, per farlo, si rinnova ogni trenta giorni circa. è in costante stato di cambiamento, per quanto impercettibile. il cambiamento diventa percettibile, e bene, nel processo di cicatrizzazione, per diventare nella cicatrice non solo evidente, ma immanente. più la ferita è profonda, ampia, più il processo di cicatrizzazione è lungo, il dolore persistente.

curare una ferita e agevolare il processo di cicatrizzazione si traduce nel saper accettare e legittimare il dolore, nel dare tempo alla cicatrice di formarsi per diventare una parte della propria persona, nel saper scegliere le giuste cure. accoglierla, accogliere questo segno percettibile del cambiamento della pelle: dopotutto, non è la cicatrice a fare male, è la ferita che duole, la causa del dolore è la circostanza che ha provocato la ferita . la cicatrice, piuttosto, viene in mio soccorso: è traccia e memoria sulla mia pelle. ci sono poi cicatrici che sono ben più di tracce, sono registrazioni, cioè tracce che recano con se un inscindibile significato, come nei rituali della scarificazione in alcune tribù africane: riti di transizione e di passaggio a diverse fasi della vita. oppure, e  siamo ancora in africa occidentale, come alcuni tipi di cicatrici che rendevano più facile alle donne trovare un compagno adeguato, poiché quella cicatrice era segno della capacità di sopportare il dolore e quindi di partorire.

le cicatrici emotive sono senz’altro registrazioni, afferiscono a questo ambito di tracce inscindibilmente connesse a un significato e hanno un’importanza fondamentale nel cambiamento, nell’evoluzione dell’individuo. perché questo ruolo le venga riconosciuto, però, per permetterle di venire in nostro aiuto con funzione di memoria, bisogna avere ben presente che parlare di una cicatrice intendendo parlare di una sofferenza emotiva o spirituale è scorretto. la cicatrice non duole. la cicatrice ricorda. 

questo non significa che sia necessario, e neppure cosa buona, eliminare il riferimento alla cicatrice quando si intenda discorrere di un evento doloroso. significa, piuttosto, liberarci del luogo comune che intende la cicatrice spirituale come metafora, riferimento diretto, e quindi causa, del dolore e imparare a darle il giusto valore di allusione, cioè di riferimento indiretto al dolore e all’evento che lo ha provocato, senza nominarlo. in questo modo, legittimiamo la cicatrice come registrazione e memoria, sottraendola dal dominio della sofferenza, per guardarla finalmente con occhi diversi, con benevolenza. scrollandoci di dosso quei sentimenti di tristezza, malinconia, rifiuto che ci attraversano ogni volta che la cicatrice ci appare, facciamo il primo passo per darci una possibilità di cambiamento, di evoluzione personale.

impariamo dunque a riconoscere, a nominare, e ad ascoltarci quando nominiamo. se ancora alla luce di questo chiarimento continuiamo a dichiarare che una certa cicatrice è dolorosa, non stiamo parlando di una cicatrice, in realtà stiamo parlando di una ferita non risolta, di una ferita aperta, non cicatrizzata. non abbiamo dato il giusto tempo e soprattutto le giuste cure alla ferita perché il processo di cicatrizzazione potesse compiersi. in questo modo, la ferita aperta è diventata il cibo più goloso e nutriente per il sabotatore interno; è rimasta lì a succhiare energie fisiche e mentali, a fare un gran male acuto proprio ogni volta che ci incamminiamo verso un cambiamento che desideriamo. ecco dove risiede tutta l’importanza fondamentale del riparare le ferite: nel darci una reale possibilità di evoluzione, libera da dolori non legittimati e che tornano e ritornano più volte a cercare lenimento. ecco dove risiede il valore impareggiabile della cicatrice: nel suo essere traccia, memoria, momento conclusivo e salvifico di un processo doloroso (non ci infettiamo se la pelle cicatrizza con le giuste cure). 

la cicatrice, dunque, nella sua accezione di allusione in contesto emotivo, riconosciuta finalmente come traccia e registrazione, è bella (ci ricorda, tanto per dirne una, la forza con cui abbiamo affrontato il dolore della ferita e del processo di cicatrizzazione, o la resilienza con cui abbiamo scelto le giuste cure per la nostra ferita) e dobbiamo trattarla come merita la sua bellezza. quando vediamo qualcosa di bello non ci giriamo dall’altra parte, piuttosto sentiamo un naturale trasporto nei suoi confronti e la guardiamo per trarne godimento, giovamento. 

girarci dall’altra parte, o peggio ancora, cercare di coprire ai nostri occhi e a quelli degli altri le nostre cicatrici, alla lunga non può che portarci verso una strada irta di difficoltà e raramente a lieto fine.

la “madre” di Edward Mani di Forbice prova a mascherare le sue cicatrici. è qui che inizia il fallimento del suo ruolo di agente di cambiamento della sorte di Edward. cercando di coprire con strati di trucco e fondotinta le cicatrici non ne riconosce la bellezza e tratta la storia di Edward  (perché in nessun caso meglio che in questo è evidente come il corpo sia un testo storico) come brutta, vergognosa, da sottrarre allo sguardo. il film non ha un lieto fine: è la vicenda di chi cerca di trovare il suo posto, la sua utilità, il suo valore all’interno della società e una nuova serena relazione con se stesso, senza riconoscere il ruolo salvifico delle proprie cicatrici. la fine è drammatica: passando per una serie di eventi alternativamente fortunati e tragici, che culminano con l’uccisione del fidanzato della ragazza di cui si era innamorato, Edward ritorna nel suo iniziale isolamento, portando con sé una nuova grande ferita.

occorre, è evidente, un grande lavoro di crescita personale, un grande sforzo creativo, per valorizzare le nostre cicatrici, per imparare a trarne giovamento. si tratta di includere le macerie in una rielaborazione dell’evento che è stato causa di una ferita e dare loro nuova forma, di traccia, di registrazione. valorizzare la maceria è quello che ci racconta l’antica arte giapponese del kintzugi, che utilizza l’oro per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, rendendolo così un’opera d’arte unica ed evidenziandone le crepe anziché nasconderle. riparato con cura, l’oggetto danneggiato accetta e riconosce i propri trascorsi, diventando più forte, più bello, più prezioso di quanto non fosse prima di andare in frantumi. 

lavorare con la maeceria è quello che fa alberto burri con il cretto a gibellina, grande cicatrice iscritta indelebilmente sulla vecchia gibellina,  risultato del lavoro del lutto, lavoro di rielaborazione, di cicatrizzazione, che portiamo a compimento quando non siamo più assorbiti dall’assenza dell’oggetto perduto, mentre c’è stato un tempo in cui l’assenza dell’oggetto era costantemente presente nella nostra testa, il tempo della ferita aperta.  quando giunge a compimento, quel che resta del lavoro del lutto, che è un lavoro della memoria, è una cicatrice. ciò che a gibellina eleva la maceria alla dignità dell’opera è una cicatrice: burri non esclude la ferita, ma costruisce un’opera capace di includere le macerie. da qui il cambiamento della vecchia gibellina da luogo di dolore, a luogo di memoria.

Bibliografia

  • Giuseppe Zaccaria, Cristina Benussi, Per studiare la letteratura italiana, Bruno Mondadori, 2002.
  • Maurizio Ferraris, Documentalità: perché è necessario lasciar tracce, Laterza, 2009.
  • Céline Santini, Kintzugi. L’arte segreta di riparare la vita, Rizzoli, 2018.
  • Massimo Recalcati, Alberto Burri: il Grande cretto di Gibellina, Magonza, 2018.
  • Sam Willis, James Daybell, Storia imprevedibile del mondo, Il Saggiatore, 2019

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