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Il matrimonio è un eremita.

“Pensava di sfuggire alla solitudine, invece sfuggiva a se stesso” (William Faulkner)

Numero dedicato al vincolo del matrimonio.  Per molti scansato lungo l’arco di tutta una vita; per altri così insostenibile da doversi allontanare, separare, per poi eventualmente ritrovarlo, anche se sotto forme diverse, in matrimoni successivi, o rapporti di convivenza che ne hanno tutte le caratteristiche; per altri ancora anelato giogo a cui tenere fede dal momento del “sì, lo voglio” all’eternità.

Cosa chiedere ai Tarocchi, se non in cosa consista questo tanto temuto, anelato, venerato, bistrattato vincolo?  Di che si tratta? De L’Eremita, dicono loro. Crisi, transito, saggezza.

Carta che suggerisce un cambiamento che va affrontato. Un cambiamento che ha spesso bisogno di una guida per essere affrontato. Che questa guida sia proprio il matrimonio? E allora in cosa consisterebbe questo cambiamento da così tanti desiderato e che chiede aiuto al matrimonio per essere intrapreso?

Bene, diciamo allora che L’Eremita è Il Matrimonio, dunque e mettiamoci alla ricerca del cambiamento che soggiace alla scelta di sposarsi. 

Iniziamo dal fatto che L’Eremita è la carta numero VIIII, primo numero dispari divisibile per un altro numero oltre che per se stesso. Questo ci dà una doppia informazione.  Da un lato significa che il numero, la carta, è ambivalente, cioè insieme attiva (numero dispari) e ricettiva (numero divisibile). E cosa c’è di più vero del fatto che, per funzionare, un matrimonio ha bisogno tanto di spirito di iniziativa quanto di capacità di accogliere, di ricevere, l’iniziativa dell’altro, da parte di ciascuno dei coniugi? L’iniziativa, tanto per dirne una, ma la ricettività che abbiamo bisogno di mettere in campo nel rapporto di coppia è quotidiana, riguarda molti aspetti dello stare in relazione, così come riguarda non solo l’altro e i suoi limiti, ma pure noi stessi e tutti quei nostri limiti che si rivelano per la prima volta, inaspettatamente, proprio nel rapporto con il compagno di vita. Dall’altro lato, la divisibilità di un numero attivo, ben rappresenta il matrimonio come processo, come divenire, come qualcosa che non trova mai una forma definita e definitiva, come continuo divenire di due che continuamente e senza un ritmo dato evolvono (e involvono!) insieme e separatamente.

Allontanandosi dall’Arcano numero VIII, La Giustizia, che lo precede, L’Eremita si allontana da uno stato di perfezione insuperabile. Se indugiasse in questa perfezione, potrebbe progressivamente irrigidirsi in una condizione di indipendenza tale e tanto perfetta da arrivare all’avarizia delle emozioni, al distacco dall’altro, alla morte. Per non cadere in questo tranello, L’Eremita supera uno stato di sicurezza che conosce bene, per entrare in una dimensione di vita, di percorso (è in cammino) del tutto nuova. Dalla crisi nasce la volontà di mettersi in transito. 

Possiamo quindi dire che il matrimonio ci conduce lontani da quella perfezione che abbiamo raggiunto nella nostra individualità, con le nostre abitudini, sicurezze, indipendenti dal confronto con l’altro, o per lo meno, mantenendo una certa distanza. 

L’Eremita dà le spalle al futuro. Si allontana da La Giustizia, infatti, camminando a ritroso verso ciò che non vede, dando le spalle all’ignoto. È questa un’esortazione a camminare senza una direzione nota, rischiando di mettere il piede in fallo ad ogni passo? Non proprio. La nostra guida regge una lanterna sempre accesa, anch’essa, come il suo sguardo, rivolta alla strada che lascia dietro di sé e non a quella che l’attende cammin facendo. In questo modo, assegna alla lanterna la funzione di illuminare, di tenere sempre in chiaro, sempre visibile e costantemente all’attenzione la strada per chi segue, per gli sposi. É una luce che ci suggerisce di mantenerci sempre vigili, coscienti, consapevoli, delle curve, delle buche, dei pendii: “Sì viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure, gentilmente senza strappi al motore” cantava qualcuno.

Cos’altro osservo? Le vesti dell’Eremita sono molte e stratificate, come l’esperienza di cui le due persone vestono il matrimonio, portando ognuno il proprio presente, la propria persona, come risultato della sua storia fino a quel momento. E la schiena de L’Eremita si curva sotto la memoria delle esperienze degli sposi: bagaglio pesante e allo stesso tempo ricchezza che nutre il rapporto. Quale dei due lati della medaglia di questo passato peserà di più nel rapporto lo decidono gli sposi stessi, con la propria capacità o incapacità di mettersi in gioco, in un gioco dove si avanza e indietreggia in due, non in un solitario alle carte.  L’esperienza, infatti, è bivalente e l’uso che se ne può fare all’interno di una coppia dipende dall’apertura con cui si guarda all’altro e a se stesso, ricordandosi che i limiti che vediamo nell’altro, risiedono in noi in modo altrettanto presente, seppur in forme diverse. Nelle due piccole lune arancioni tra le pieghe delle vesti (una dietro la nuca e l’altra nel risvolto del mantello) L’Eremita / Matrimonio porta con sé una capacità ricettiva che può essere colta, sviluppata, accresciuta dalla coppia.

L’Eremita / Matrimonio attraverso la capacità di metterci in discussione come individui, in un rapporto privilegiato con l’altro, ci guida verso nuove capacità e competenze: accoglienza, accettazione, attenzione, generosità, autenticità, vulnerabilità.

Ma è quindi proprio quello di “prigione”, dunque, il significato di questo vincolo? Certamente, si, se la prigione ce la eravamo già costruiti da soli. Una prigione fatta di rigidità, incapacità di accogliere la prospettiva altrui, di negoziare, di camminare da soli si, ma in un percorso condiviso, con tappe comuni e verso una destinazione che nessuno dei due conosce.  Il matrimonio come vincolo, dunque, rappresenta la prigione solo nell’incapacità di porsi e stare nella domanda, nella condivisione, nella verità di stessi, in favore della certezza, del “prima di tutti io”, della maschera.  Come occasione di sviluppare le proprie competenze relazionali e di superare i nostri limiti, il matrimonio può dirci e può portarci ad essere ciò che L’Eremita dice di sé nel libro di Jodorowsky e Costa:  “Piano piano mi sono liberato da ogni vincolo.” (…) “Come una coppa offro il mio vuoto perché venga colmato.”

In questo senso, L’Eremita, Arcano VIIII, ci conduce all’Arcano X, La Ruota di Fortuna: la fine di un ciclo e la forza che mette in moto il ciclo di vita successivo.

Pubblicato su MacGuffin n°13 | Il vincolo del matrimonio, 11 Giugno 2021.

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